Paesaggi da sogno / Dreamscapes

Dal 24 luglio al 29 novembre 2026, il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino presenta la mostra “Paesaggi da sogno / Dreamscapes”, dedicata alla celebre serie “Le 53 stazioni della Tōkaidō” di Utagawa Hiroshige, uno dei capolavori assoluti dell’arte giapponese dell’Ottocento, di proprietà di UniCredit.

Il percorso espositivo riunisce una selezione di 36 stampe con l’intento di restituire al pubblico la dimensione immersiva e “cinematografica” di quel mondo fluttuante, ampliando lo sguardo anche ad alcuni oggetti e alle forme della cultura materiale che hanno accompagnato e reso possibile l’esperienza del viaggio nel Giappone tra XVIII e XIX secolo.

Il progetto – seconda parte di un percorso già avviato al MAO nel 2025 – è curato da Laura Vigo, Conservatrice per l’arte e l’archeologia asiatica presso il Museo di Belle Arti di Montréal (MMFA), con Claudia Ramasso, conservatore del MAO, e si avvale di un’importante collaborazione con i Musei Reali di Torino.

Nelle sale del MAO, le celebri vedute della Tōkaidō dialogano con una sella (kura) in legno laccato con decorazioni in oro e l’album fotografico “Views of Japan” di Felice Beato, due opere di grande valore provenienti dalle collezioni dei Musei Reali di Torino. Entrambe offrono una testimonianza tangibile della cultura del viaggio lungo le grandi arterie del Giappone in epoca Edo e dell’immaginario evocato dalle stampe.

Song Dong. Soul Out

Dal 23 ottobre 2026 fino al 27 giugno 2027 il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino presenta “Song Dong. Soul Out”, la prima mostra personale in Italia dedicata all’artista Song Dong (Pechino, 1966) a cura di Li Zhenhua e Davide Quadrio, con Francesca Filisetti e Rebecca Ricci. L’esposizione è concepita come un progetto site-specific che coinvolge l’intero museo, trasformandolo in un dispositivo narrativo in cui le opere di Song Dong entrano in dialogo con le collezioni permanenti e con l’architettura storica di Palazzo Mazzonis.

Riunendo alcune delle installazioni più iconiche dell’artista, insieme a un archivio di fotografie e video di performance realizzate dagli anni ‘90 a oggi, “Song Dong. Soul Out” ripercorre oltre trent’anni di lavoro, mettendo in luce una pratica capace di intrecciare esperienza individuale e storia collettiva, memoria privata e trasformazioni sociali, restituendo al contempo uno sguardo sulla Cina contemporanea.

La ricerca di Song Dong affonda le proprie radici nel pensiero di Laozi e Zhuangzi, maestri storici della filosofia taoista, di cui rielabora i concetti di fluidità dell’esistenza e di non-azione con un approccio intuitivo influenzato anche dal pensiero Zen; inoltre il suo linguaggio dialoga con alcune delle principali correnti artistiche internazionali del secondo Novecento, dall’Arte Povera italiana al Mono-Ha giapponese, fino al Minimalismo e all’Arte Concettuale statunitense. Nonostante il profondo legame con il pensiero taoista e buddhista, Song Dong sviluppa una poetica che si confronta con una pluralità di esperienze e sensibilità: attraverso gesti minimi, processi di ripetizione e trasformazione di materiali ordinari e quotidiani, l’artista apre una riflessione sul tempo, sull’impermanenza e sulla fragilità dell’esperienza umana.

Marisa Merz. La danza delle ore

Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Fondazione Merz, GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino si uniscono per collaborare a una mostra in tre atti che celebra il centenario della nascita di Marisa Merz, realizzata grazie al sostegno della Fondazione CRT. Concepita per ripercorrere l’opera e l’eredità dell’artista nata a Torino il 23 maggio 1926, “Marisa Merz – La danza delle ore” è una retrospettiva senza precedenti e difficilmente replicabile nella sua completezza e profondità.

La mostra riunisce un insieme straordinario di lavori, di cui alcuni inediti, a testimonianza di una vita creativa che continua a essere fonte di ispirazione e riscoperta artistica in tutto il mondo. I tre episodi della mostra danno l’opportunità di approfondire aspetti diversi quali il processo creativo e l’uso dei materiali, il tempo quotidiano come dimensione creativa e la casa come laboratorio alchemico, la nozione di spazio come luogo fisico e metafisico. Nell’insieme la mostra intende dare conto della continua evoluzione e trasformazione che l’artista ha messo in atto lungo tutta la sua esistenza, dando vita a un’opera sempre aperta.

L’esposizione al Castello di Rivoli, curata da Francesco Manacorda e Marianna Vecellio, è l’occasione per ricostruire e proporre nuovamente al pubblico l’installazione “E il naufragar m’è dolce in questo mare”, importante progetto che Marisa presentò nel 1980 alla galleria torinese Tucci Russo per poi farne una nuova versione lo stesso anno alla 39. Biennale Arti Visive di Venezia. L’installazione, collocata nella Manica Lunga al terzo piano del Castello di Rivoli, sarà il fulcro espositivo da cui si dirameranno temi e ricerche quali: la tensione per la rivelazione dell’invisibile e la capacità dell’artista di visualizzare visioni metafisiche, rivelando il reale oltre le sue apparenze sensibili. Inoltre, la mostra invita un gruppo di artiste che continuano alcuni elementi della pratica e della visione di Marisa a partecipare in una retrospettiva aumentata: Leonor Antunes (Lisbona, 1972), Micol Assaël (Roma, 1979), Beatrice Bonino (Torino, 1992), Miriam Cahn (Basilea, 1949), Tacita Dean (Canterbury, 1965), Thea Djordjadze (Tbilisi, Georgia, 1971), Lara Favaretto (Treviso, 1973), Daiga Grantina (Saldus, Lettonia, 1985), Armineh Negahdari (Teheran, 1994), Solange Pessoa (Ferros, Minas Gerais, Brasile, 1961).
La mostra al Castello – osservano Francesco Manacorda e Marianna Vecellio – pone l’accento sulla dimensione ambientale della pratica di Marisa Merz, dando vita a un racconto polifonico che parla del cielo e del volo, di universi paralleli e della sfera lunare, spirituale, nonché femminile”.

La Fondazione Merz presenta, a cura di Beatrice Merz e Sébastien Delot, il lato più inatteso della ricerca dell’artista, attraverso una selezione di opere organizzate intorno all’idea di processo e trasformazione. Tema centrale è l’approccio di Marisa alla scelta e alla distribuzione dei materiali, insieme alla sua modalità del “fare” e comporre le opere: un apparente disequilibrio che si rivela in un equilibrio preciso, capace di far emergere le potenzialità nascoste di oggetti e materie. Le opere, talvolta apparentemente effimere, nascono da un processo di continua evoluzione, fatto di variazioni sottili attraverso cui l’artista si avvicina progressivamente all’essenza dei suoi soggetti.
La Fondazione Merz – dicono Beatrice Merz e Sébastien Delot – con questa mostra si configura come un luogo privilegiato dedicato all’inedito e alla ricerca della sperimentazione: uno spazio in cui il visitatore può accedere alla sfera più nascosta dell’artista, ai suoi pensieri germinali, alle intuizioni e al dialogo silenzioso che accompagna la nascita delle opere. Quello che si rivela è un linguaggio espressivo profondamente personale, in cui alto e basso, cultura colta e popolare, pratiche artistiche e quotidiane si intrecciano per dar vita a opere sorprendenti, segnate da una forza sottile”.

Alla Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea verrà invece presentato, a cura di Chiara Bertola e Chiara Parisi, il capitolo più intimo della mostra, attraverso una lettura storica che si focalizza sugli aspetti più quotidiani e domestici della ricerca di Marisa Merz. Il percorso espositivo prenderà avvio dal concetto di casa-studio-laboratorio, lo spazio generativo e trasformativo per eccellenza, in cui la dimensione dell’arte coincide con quella della vita. La mostra è l’occasione per restituire al pubblico dopo un attento restauro del Centro di Conservazione e Restauro di Venaria l’opera in collezione GAM “Living Sculpture”, 1966.
La mostra alla GAM – dichiarano Chiara Bertola e Chiara Parisi – si configura come uno spazio intimo e accogliente, capace di evocare la dimensione domestica. Importanti opere storiche convivono con momenti di raccoglimento e introspezione, visualizzando processi creativi aperti e in continua evoluzione. Il percorso diventa così metafora del fare artistico che si nutre di relazioni e di tempo, in cui ogni elemento contribuisce alla creazione dell’opera”.

La mostra sarà accompagnata da un unico catalogo che verrà presentato in occasione di un convegno dedicato all’artista.

Chiara Gambirasio. Chasing Rainbows

Dal 10 settembre al 10 ottobre 2026, BUILDING TERZO PIANO presenta Chasing Rainbows, mostra personale di Chiara Gambirasio (Bergamo, 1996) a cura di Giulia Bortoluzzi.

Il corpus principale delle opere esposte è il risultato delle nuove produzioni realizzate da Gambirasio a seguito della sua residenza artistica in Islanda (Herusið), svolta dal 26 febbraio al 1° aprile 2026. Nata come una “caccia agli arcobaleni” e ai fenomeni atmosferici effimeri, capaci di destare meraviglia per la loro bellezza e imprevedibilità, la spedizione dell’artista si è progressivamente trasformata in un percorso di ricerca più intimo. Dall’indagine di forme estrinseche di interiorizzazione come la cangianza, alla pratica del raccoglimento fino all’esplorazione di uno spazio di luce intimo e personale.

L’esperienza di vivere circondata dal bianco della neve ha, infatti, invertito l’inseguimento del segno fugace ed effimero, invitando l’artista a sostare nella propria profondità emotiva. Il tempo che normalmente avrebbe dedicato all’attesa, si è così trasformato in un tempo generativo, di ascolto e  osservazione, un tempo attivo di possibilità e spontaneità.

Questo processo di scoperta personale e crescita interiore prende forma negli spazi di BUILDING TERZO PIANO attraverso un percorso mediato da Gambirasio tra fasi e stati diversi della propria indagine sull’assoluto. L’ambiente della galleria non è concepito dall’artista come uno spazio tridimensionale, ma viene vissuto anche nella sua quarta dimensione: il tempo. Le opere sono così  disposte come punti cardinali o di orientamento all’interno di un campo esplorativo ideale. Il loro comportamento e il modo con cui si offrono all’esperienza del visitatore sono, infatti, mutevoli: a seconda della qualità della luce, della temperatura o dei movimenti che si generano attorno a esse, le sculture che costellano la “radura” principale diventano strumenti attraverso cui leggere e comprendere lo spazio.

Antonio Fontanesi. Transcending Landscape. A European Artist at the Opening of Japan

L’attività della sesta linea culturale di Fondazione Torino Musei, dedicata alle attività internazionali, si arricchisce di un nuovo capitolo con il grande progetto espositivo dedicato ad Antonio Fontanesi (1818–1882), prodotto dalla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino in occasione delle celebrazioni per il 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone. Tra il 2026 e il 2027 l’esposizione toccherà tre importanti sedi museali nelle principali città giapponesi di Kyoto, Tokyo e Nagoya, esito di una cooperazione scientifica e istituzionale di eccellenza tra i due Paesi.

Antonio Fontanesi. Transcending Landscape. A European Artist at the Opening of Japan, curata da Elena Volpato e Alessandro Botta, propone una rilettura della figura di Fontanesi come protagonista della pittura di paesaggio europea dell’Ottocento e come artefice di uno dei più significativi momenti di incontro tra la cultura artistica occidentale e il Giappone dell’epoca Meiji.

A centocinquant’anni dal soggiorno giapponese di Antonio Fontanesi e a quasi cinquant’anni dalla storica esposizione Fontanesi, Ragusa e l’arte giapponese nel primo periodo Meiji (Tokyo e Kyoto, 1977-1978), il progetto torna a indagare il ruolo svolto dall’artista in Giappone, dove tra il 1876 e il 1878 fu chiamato a insegnare presso la Kōbu Bijutsu Gakkō, contribuendo in modo determinante alla formazione della moderna scuola giapponese di pittura. Attraverso il suo insegnamento, fondato sull’osservazione diretta della natura e sulla pratica del lavoro dal vero, Fontanesi introdusse un nuovo approccio alla rappresentazione del paesaggio destinato a esercitare una profonda influenza sulle generazioni successive di artisti giapponesi.

La mostra riunisce oltre duecento opere, provenienti da collezioni italiane e giapponesi, tra dipinti (con capolavori come La quiete, NovembreAprile e Le nubi), disegni e opere grafiche, offrendo la più ampia ricognizione dedicata negli ultimi decenni alla sua attività artistica e alla sua eredità culturale. Il percorso espositivo ripercorre le principali tappe della sua carriera, dagli anni della formazione e del soggiorno svizzero alle esperienze francesi e inglesi, fino al ritorno in Italia e agli ultimi esiti della sua ricerca.

 

Kaari Upson. Dollhouse

Il MASI Lugano presenta la prima grande retrospettiva postuma dedicata all’artista statunitense Kaari Upson (1970-2021). Nota al pubblico europeo per la partecipazione alla 58ª Biennale di Venezia (2019), Upson è tra le voci più intense e originali della sua generazione. Attraverso scultura, video, disegno e installazione, in poco più di quindici anni l’artista ha costruito un linguaggio stratificato con cui ha indagato temi quali le relazioni, il corpo, la malattia e la perdita. Le sue opere – sospese tra intimità e alienazione – evocano un universo perturbante, in cui oggetti e ambienti quotidiani si trasformano in depositari di traumi e ossessioni. Dal lavoro di Upson emerge così un ritratto che, pur radicato nella sua biografia e nella sua terra d’origine, San Bernardino in California, assume una dimensione insieme intima e universale della psiche contemporanea.

La mostra al MASI abbraccia l’intera produzione dell’artista ed è articolata in cinque capitoli che testimoniano, in un andamento tendenzialmente cronologico, il progressivo focalizzarsi della ricerca di Upson verso tematiche intime legate alla sua storia personale e familiare: Quando Kaari incontra Larry, La vita delle cose, Dollhouse – una miniatura gigante, Cartografie interiori e Corpo, memoria e fallibilità.

Tra le opere emblematiche presentate nella mostra a Lugano si segnalano alcune serie del celebre Larry Project (2005-12); l’imponente installazione “THERE IS NO SUCH THING AS OUTSIDE” (2017-19) realizzata per la Biennale di Venezia del 2019 e l’opera ambientale “Mother’s Legs”, oltre alla sua ultima serie, “Foot Face Paintings”, presentata per la prima volta al pubblico in questa occasione.

“Kaari Upson. Dollhouse”, la prima grande retrospettiva postuma a lei dedicata, invita all’incontro con un’artista la cui opera continua a risuonare anche dopo la sua prematura scomparsa: perturbante, commovente e di straordinaria attualità” dicono Francesca Benini e Taisse Grandi Venturi, curatrici dell’esposizione.

Deutsche Bank “Artist of the Year” 2025

Dal 18 settembre al 1° novembre 2026 il MUDEC – Museo delle Culture presenta con Deutsche Bank e in collaborazione con 24 ORE Cultura – Gruppo Il Sole 24 ORE, la mostra “Make a travel deep of your inside, and don’t forget me to take” dell’artista singaporiana-cinese Charmaine Poh, nominata da Deutsche Bank “Artist of the Year” 2025. A cura di Britta Färber, Global Head of Art & Culture di Deutsche Bank, l’esposizione arriva a Milano dopo la presentazione al PalaisPopulaire di Berlino ed è la prima mostra personale dell’artista in Italia.

Per il quinto anno consecutivo, il premio “Artist of the Year” torna al MUDEC, consolidando la collaborazione tra Deutsche Bank e 24 ORE Cultura – Gruppo Il Sole 24 ORE, avviata nel 2022 e fondata su una comune attenzione ai linguaggi e ai temi del contemporaneo. Un dialogo che nasce dalla volontà condivisa di avvicinare un pubblico sempre più ampio all’arte e alle pratiche artistiche capaci di interrogare il presente attraverso nuove prospettive culturali, sociali e politiche.

Anche per questa edizione, la mostra sarà accompagnata da un articolato public program pensato per ampliare l’esperienza espositiva attraverso workshop, talk, visite guidate e attività partecipative rivolte a pubblici differenti. Sviluppato a partire dai nuclei centrali della ricerca di Poh – identità digitale, rappresentazione del corpo, visibilità pubblica, relazioni e nuove forme di socialità – il programma trasformerà la visita in un percorso attivo e immersivo, mettendo in dialogo arte e questioni centrali della contemporaneità.

Charmaine Poh (Singapore, 1990) è la più giovane artista ad aver ricevuto questo riconoscimento finora. Attraverso video, installazioni, fotografia, testo e performance, Poh sviluppa una pratica multidisciplinare che intreccia esperienze personali, tecnologie digitali, memoria, ecologia, cyberfemminismo e storia, affrontando temi legati all’identità, alle strutture di potere, alla queerness e alle forme contemporanee di rappresentazione.

Umberto Boccioni

Il MASI Lugano  prosegue il ciclo di approfondimenti sulla storia dell’arte del Ticino e delle sue collezioni con un focus dedicato a Umberto Boccioni. La mostra offre una sintesi ravvicinata e intensa su una fase decisiva dell’evoluzione artistica di Boccioni, restituendo le tensioni, le incertezze e le contraddizioni immediatamente precedenti alla sua adesione al movimento futurista, di cui fu tra i principali fondatori e teorici. “Cerco, cerco, cerco, e non trovo. Troverò?” annota l’artista in una pagina del suo diario nel marzo 1907: questo interrogativo, che racchiude tutta l’inquietudine di quel periodo, attraversa l’intera mostra come un filo conduttore.

Dalle prime prove del 1903-1904 al difficile triennio 1907-1909 fino alle soluzioni formali e compositive del 1911, il progetto espositivo cristallizza quindi la traiettoria artistica di Boccioni, dal progressivo superamento della lezione divisionista con i temi paesaggistici e rurali, alla definizione di un linguaggio nuovo, in grado di dare forma alla modernità e al dinamismo della vita contemporanea. I diversi momenti di questa ricerca sono testimoniati, nella mostra al MASI, da un corpus di quindici lavori: a un nucleo di dipinti prefuturisti, donati alla Città di Lugano dagli eredi di Gabriele Chiattone, sostenitore e committente dell’artista durante gli anni milanesi, è accostata una puntuale selezione di opere cardine dei primi anni futuristi provenienti da importanti collezioni pubbliche e private.

Quello dedicato a Umberto Boccioni è il terzo e conclusivo appuntamento di un ciclo di mostre-dossier che ha visto come protagonisti, negli anni passati, figure chiave della storia dell’arte del Novecento, quali Alexej von Jawlensky (2023) e Ernst Ludwig Kirchner (2024) e che sono ospitate all’interno della presentazione della Collezione museale.

Jannis Kounellis: Io sono un pittore

La Collezione Giancarlo e Danna Olgiati presenta “Jannis Kounellis: Io sono un pittore”. Il progetto espositivo, a cura di Vincenzo de Bellis, assume per la prima volta in modo sistematico e programmatico la pittura come principale chiave interpretativa dell’opera di Jannis Kounellis (Il Pireo, 1936 – Roma, 2017). Viene quindi proposta una prospettiva critica alternativa, più ampia e radicale, rispetto alla semplice ricezione dell’artista come uno dei protagonisti dell’Arte Povera, o come maestro dell’installazione e poeta della materia, come spesso è stato celebrato.

Punto di partenza e filo conduttore della mostra è una frase semplice, spesso ripetuta da Kounellis, “Io sono un pittore”: non la rivendicazione di una tecnica o di un formato, ma la dichiarazione di una postura nei confronti del reale. Il termine greco ζωγράφος (zogràphos) – pittore: colui che ‘scrive la vita’ – ha orientato l’intero progetto curatoriale. Kounellis ha dipinto sulla tela nel senso convenzionale solo per pochi anni della sua traiettoria artistica, ma poi ha per tutta la sua vita dipinto con il ferro, con il carbone, con il fuoco, con i sacchi di juta e il profumo del caffè. Ha dipinto con lo spazio, con il silenzio, con la memoria di una civiltà mediterranea che sentiva minacciata. Eppure, nessuna mostra aveva ancora assunto la pittura come lente interpretativa principale del suo lavoro, spiega Vincenzo de Bellis.

Il percorso negli spazi della Collezione Olgiati riunisce un corpus di oltre 35 opere di Jannis Kounellis, dalla fine degli anni cinquanta fino al 2016, inclusi alcuni lavori raramente esposti o inediti, come ad esempio Senza titolo (Omaggio a Van Gogh) del 1991 e la Rosa nera su carta con fondo spray argentato del 1966, presentata qui per la prima volta. La narrazione non segue un ordine cronologico, ma è costruita per temi – La pittura come linguaggioLa pittura come materia e pesoLa pittura come memoria e silenzioLa pittura come scena e icona – che, come campi di forza comunicanti, sono attraversati da persistenze e dialoghi tra opere lontane nel tempo, ma profondamente vicine nel pensiero. Nella mostra ricorre, inoltre, un rapporto con la pittura profondamente relazionale, nutrito da conversazioni visive con i grandi maestri della storia dell’arte: da Van Gogh a Malevič, da Mondrian a James Ensor fino a Hans Arp, in una dichiarata appartenenza a una tradizione che Kounellis non voleva abbandonare, ma continuare a trasformare. Attraverso le diverse sezioni tematiche, che abbracciano l’intero arco della carriera dell’artista, emerge così come le ossessioni di Kounellis non si siano mai chiuse in un periodo stilistico, ma abbiano continuato a risuonare e a interrogarci.

Ila Bêka. FOTONI

Dal 27 giugno all’11 ottobre 2026 il Magazzino delle Idee di Trieste presenta FOTONI, la prima personale, a cura di Barbara Casavecchia, che rivela al pubblico la ricerca fotografica di Ila Bêka, artista e regista friulano riconosciuto a livello internazionale per il lavoro filmico sviluppato insieme a Louise Lemoine. Prodotta e organizzata dall’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia–ERPAC, la mostra raccoglie per la prima volta una selezione di 300 fotografie provenienti dall’ampio e inedito archivio personale di Ila Bêka, composto da circa 300.000 immagini realizzate nell’arco di quarant’anni di pratica artistica.

Il titolo FOTONI rimanda alla passione di Ila Bêka per la meccanica quantistica e alle particelle di luce al centro delle ricerche di Albert Einstein. Più di un secolo fa, il fisico formulò l’ipotesi che l’energia di un raggio luminoso non si distribuisse in modo continuo nello spazio, ma fosse composta da “quanti” localizzati e in movimento, successivamente denominati fotoni. Una volta riflessi dalla materia, questi vengono percepiti e interpretati dal nostro cervello. Da qui il titolo della mostra, che l’artista sintetizza così: “Vedere significa tradurre i fotoni in esperienza”.

La parola “fotoni” suggerisce anche una sottile dose di autoironia dell’artista per la scala di grande formato che alcune fotografie assumono in mostra, rispetto alla dimensione tascabile del repertorio d’immagini da lui scattate in maggior parte con il suo cellulare.

Il percorso espositivo ripercorre un arco di quarant’anni di pratica artistica senza seguire un ordine cronologico. Le fotografie si susseguono liberamente, seguendo associazioni, intuizioni, emozioni e ricordi, come fossero pensieri in libertà dello stesso artista, spesso accompagnate da sue brevi annotazioni, simili a frammenti tratti dal suo diario.
Affiorano in mostra due grandi filoni: il corpo e la luce. La tematica del corpo s’incontra nelle serie fotografiche emerse dall’adolescenza a Latisana (dove Ila–all’anagrafe Filippo Clericuzio–è nato nel 1967) e dalla vicina spiaggia di Lignano Sabbiadoro, dove le inquadrature giocano con i volumi dei corpi dei bagnanti. La luce, invece, è il fil rouge che unisce la selezione di immagini più astratte e rarefatte, incentrate su di essa come materia primaria della visione e delle nostre esperienze percettive.

La selezione delle opere esposte al pubblico nasce, nelle parole di Bêka, “dalla volontà di capire, all’interno di questo flusso di immagini, quali siano in grado di riattivare lo sguardo e far emergere nuove percezioni”.